Jabba

Jabba è il modello educativo che uso per mio figlio.

Jabba non è un amico immaginario, ma uno dei miei cugini. Il cugino che all’ultimo pranzo a cui ho partecipato tra parenti, ho voluto accanto. Perché nonostante lui sia super laureto (e io la pecora nera) e super intelligente, quando c’è da spalleggiarsi quanto a tirare fuori dal cilindro conversazioni imbarazzanti e/o cose ciniche di varia natura, ecco sembriamo due buffoni e forse lo siamo anche.

Ogni tanto facciamo anche la gara di rutti ma questo mio figlio non lo sa perché probabilmente vorrebbe partecipare anche lui.

Da quando era piccolo, gli ripeto come un mantra che deve fare come Jabba.

Jabba è cresciuto, come molti di noi, davanti alla tv e ai video giochi.

Con lui ho visto un sacco di cartoni della nostra generazione molto interessanti, tipo “I cavalieri dello zodiaco” e qualche episodio di “Ken Shiro”, che io personalmente ho cominciato ad apprezzare più avanti negli anni, ma che lui si godeva già a quell’età perché è molto saggio.

Ogni tanto lo obbligavo anche a giocare con me alle Barbie, pensate già allora quanto benaccio deve avermi voluto!

Ma più che la tv, Jabba amava i video game.

Anzi posso affermare con totale sicurezza che lui era letteralmente infognato con i videogiochi.

Il nocciolo della questione è che leggendo vari manuali d’istruzione per genitori incompetenti, una cosa l’ho assorbita bene ed è quella di mettere o non mettere in atto la così detta “profezia che si auto-avvera”. Che poi non è altro quella frase standard che ogni genitore impreca contro il figlio quando esce dai gangheri.

Immagino che sia capitato anche a voi che i vostri genitori vi dicessero:

“diventerai uno sbandato!” A me lo hanno ripetuto fino alla nausea e per tanto mi sento di dover scagliare una freccia a sostegno di questa profezia.

Ecco, la profezia che ho scelto per mio figlio è questa : “Se vuoi diventare come Jabba devi fare o non fare…”

Ed è proprio il ricordo di Jabba bambino, tutto intento nel muovere i pollici opponibili premendo alla velocità della luce sui bottoni del game boy, che a volte mi fa mordere la lingua e trattenere tutte le mie imprecazioni da genitore semi serio che dentro prova varie sensazioni contrastanti:

1. Ma cosa cazzo ci sarà dentro a ‘sto giochino malefico? Qualche cosa che ipnotizza e rende zombie chiunque posi lo sguardo sul grande schermo e le mani sul Joy pad?

  1. Io credo di avere l’immunità perché, nonostante il mio impegno, ho avuto solo un breve flirt, con Fortnite e poi basta. Ho discusso con la visuale. Se per caso trovate una con nik “mamma” che cammina come se fosse senza gravità, quella sono io e sono un bersaglio facile. Continuo a preferire ruzzle e tetris.
  2. Se lo faceva Jabba e ora si è laureato e lavora per una grande multinazionale allora vuol dire che la strategia di fare risucchiare i bimbetti nei videogiochi non è tutta, tutta sbagliata.

Negli anni, ho letto molto a proposito di educazione infantile, come immagino abbiano fatto un po’ tutti i genitori medi.

Non mi sento, e forse non sono neanche, una super mamma.

Sono brava solo quando lo interrogo, mio figlio. É solo alle medie ma gli faccio sputare sangue come all’università, quando deve prepararsi per un’interrogazione importante.

Qualche giorno fa eravamo tutti e tre insieme, io, mio figlio e Jabba.

Mio figlio si era stancato dell’attività motoria all’aperto impostagli da sua madre tiranna e stava facendo una sorta di sit-in su panchina.

Io e Jabba abbiamo proseguito nel tragitto e poi gli ho detto:

“Facciamo finta che ce ne siamo andati, e poi ci piazziamo tra i cespugli e gli sbuchiamo alle spalle facendogli paura!”

Così per realizzare questo piano strategico ci siamo completamente riempiti di fango e non solo… per fortuna Jabba ci vede bene, infatti per un pelo stavamo per far venire un colpo ad una povera signora totalmente estranea alle nostre vicende perché mio figlio, nel tempo che noi ci siamo incespugliati e infangati per bene, aveva pensato bene di concludere la protesta e di spostarsi.

Anche senza leggere manuali d’istruzione dalle profezie auto-avveranti, noti anche come “M.I.G.P.A.A.” mio figlio per fortuna è saggio e né sa molto più di me proprio come Jabba!

La Festa a tema

Bea: “Dai Emme, stasera tu e Fra mi raggiungete  qui ed andiamo ad una festa a tema!”

Io: “No, scusa vuoi ripetere? In effetti questo tipo di evento specifico devo dire che manca alla mia collezione di serate strane. 

Cosa sarebbe questa festa a tema?”

Bea: “Questa in particolare è una festa in cui dobbiamo vestirci di bianco”

Io: “Oddio, Bea per un attimo mi sono immaginata di dovermi andare a comprare qualcosa per vestirmi tipo da Zorro. Se l’unica clausola è quella di vestirsi di bianco, si può anche fare… Anche se temo di non avere nulla di bianco nel mio armadio”

Bea: “Dai su, ci vediamo stasera alle otto. Fammi uno squillo quando state per arrivare”

Io: “yeah ci vediamo dopo, ciao befana!”.

Così riattacco alla Bea e smessaggio con Fra.

Io: “Non so cosa ha in mente la Bea ma ci vuole portare a sta festa, è una festa a tema, dobbiamo vestirci di bianco.”

Fra: “io di bianco mi sa che ho poco, comunque farò del mio meglio. Ci becchiamo al casello quando esco da lavoro”.

Così ci troviamo all’ingresso dell’autostrada, la Bea sta dalle parti di Empoli, e ci avventuriamo verso il meraviglioso mondo delle feste a tema.

Del tutto ignari di cosa ci aspetterà una volta raggiunta la location.

Però appena salgo nella macchina del mio amico, non posso fare a meno di constatare che siamo vestiti in effetti di bianco. Almeno questa sembriamo averla azzeccata.

Durante il tragitto spippolo con il cellulare, e cerco la colonna sonora da cantare a squarciagola on the road  e mentre nell’abitacolo si sentono i CCCP che cantano “io sto bene, io sto male io non so dove andare”

Fra mi guarda scuotendo la testa in segno di rassegnazione.

Io invece sono gasatissima e canto anche in playback.

Un’oretta, forse anche meno, perché lui guida che pare Schumacher e  siamo a destinazione.

Non vi nego che, arrivati all’uscita del casello, ci scontriamo pure in un battibecco bello e buono. E infatti il mio amico mi sgancia pure 

un bestemmione perché sono veramente una rompicazzo e quando sono così euforica, sembro una bimbetta dell’asilo che deve trattenere la pipì.

E mi sorbo pure la mega paternale nella quale mi accusa che lo distraggo e per poco non sbagliamo strada.

Primo mezzolitigio dopo quattro meravigliosi anni di amicizia. Altro che quella che cantava Battisti. Quella vera, amicizia super, siamo più come il conte Mascetti, io e il Perozzi, lui.

Insomma dopo la mezza discussione stiamo per raggiungere la Bea. 

Lei sì che sa vestirsi di bianco… 

indossa una signora camicetta bianco/trasparente/ricamata.

Ed è una vera figa.

Rimango per dieci secondi a guardarla con la bocca spalancata e con lo sguardo come quello di chi ha avuto un’apparizione mistica. E penso: “me la farei proprio”

Poi, mi giro verso Fra, e anche lui si è imbambolato a guardarla, questa creatura divina. E mi sa che pensa la stessa cosa che ho pensato anche io.

Interrompendo bruscamente i nostri pensieri libidinosi, ci rendiamo conto di un fatto realmente imbarazzante: io sembro una lesbica che ha appena fatto outing: ho indossato una canottiera senza ricami, liscia, bianca, tinta unita, e lui sembra un camionista: ha indosso la canotta della salute con tanto di coste.

Ci sentiamo fuori luogo, anche perché non possiamo fare a meno di notare che anche gli altri partecipanti della festa sono a tutti perfetti come la Bea. Belli fighi e abbronzati.

E noi siamo gli unici due stronzi fuori tema, in maniera abissale.

Comunque, a testa alta raggiungiamo il tavolo che avevamo prenotato e decidiamo di prendere con filosofia il nostro disagio.

Ordiniamo un sacco di vino, forse un litro a testa è poco, non lo so.

Bicchiere dopo bicchiere i miei due compagni di sbronze si mettono d’accordo per farmi uno scherzone e, inzuppando letteralmente la mano nel bicchiere, mi iniziano a spalmare di vino la canotta tristemente bianca, per renderla di un rosso stile batik. Mi immagino che prima o poi verremo addirittura cacciati dal locale, tanto stiamo facendo gli scemi.

Seguono scene imbarazzanti in cui importuno il fotografo ufficiale della serata, disquisendo, più che altro a quel punto mi sa che biascico, la mia teoria sulle Nikon e non mi capacito del perché lui, fotografo professionista e ufficiale della festa abbia con sé proprio una Canon.

Poi pipì nel prato, tanto per non farsi mancare niente ad un certo punto, mentre siamo in fila per il bar, io e la Bea ci avviciniamo pericolosamente e ci attacchiamo come due mignatte in una delle pomiciate di quelle che battono i record dei giochi senza frontiere,  sotto gli occhi di Fra che assiste alla scena incredulo e non sa davvero come prendere la cosa. 

Anche perché questa serata sarebbe dovuta servire a far rompere il ghiaccio fra loro e invece con Bea va a finire che ci slinguazzo io.

Mi sono ricordata stamattina della festa a tema perché mi è rimbalzato un pensiero per la testa… 

Durante la cena, quando ancora la quantità di alcool assunto era tale da mantenere una parvenza di dignità, stavamo disquisendo dei nostri rispettivi drammi psicoromantici.

Io sono combattuta tra un cervellone occhialuto, che mi organizza serate stile cineforum con il quale il massimo contatto è stato quello di darsi un bacetto imbarazzato da adolescenti alla festa delle medie, e tutti gli altri matti che Invece di solito acchiappo, tipi che sono totalmente diversi da questo personaggio supernerd.

Bea è appena uscita da una storia lunghissima e si è invaghita di uno bello e tenebroso che però non se la fila e sta cercando un chiodo. Io sono lì in una specie di missione come ogni buona amica e come anche lei poi ha fatto con me in altre occasioni, sono lì a presentarle il suo chiodo personale.

Il mio migliore amico.

Cavolo, nell’intimità del mio amico non so come se la cava ma so che è un tipo “atletico” e fidanzato a distanza e allora gli dico: “dai, fai questo sacrificio per me e per la mia amica. Fai il chiodo.Ok ?”

E quale uomo si tira indietro quando gli chiedi di fare il chiodo?

Durante la conversazione a tavola, quando ancora un po’ eravamo sobri, Bea mi fa una domanda cruciale: “Cosa ti piace di più un tortino alle mele con la cannella o Il tortino al cioccolato con il cuore cremoso?”

Poi mi illustra la sua teoria, a riguardo sostenendo che entrambi i tortini sono una sorta di metafora. Quello di mele rappresenta la relazione umana/sentimentale/affettiva calorosa e tiepida in inverno, che non ti sciupa la linea e ci sta bene con il the. Mentre il tortino al cioccolato, è la libidine pura, che sai che ti fa male e ti costerà forse un numero improponibile di Squat ma li vale tutti quei sacrifici.

Ecco penso alla teoria della Bea e oggi come allora non ho il minimo dubbio su quale sia il tortino che preferisco.

Gloria

Negli anni, come vi ho anticipato fin dai primi post, e qui mi riferisco ai parallelismi con Woody Allen, ho avuto necessità di rivolgermi ad aiuti di specialisti in fatto di psiche.

L’unico che davvero mi è servito è stato quello per elaborare il lutto. Tutti gli altri sono state delle parentesi spiacevoli.

Con l’ultimo, non so se ricordate la scena nel film “Bianca” di Nanni Moretti, con l’ultimo terapeuta ho esordito proprio in quel modo ed ho dichiarato: 

“mi fanno schifo le persone”. 

Ve l’ho detto che sono un caso umano.

Dopo questa dichiarazione non mi resta che scrivere sceneggiare e interpretare un film in stile “Caro diario”.

In verità non mi fanno schifo proprio tutti, è solo che a volte non le so affrontare, gestire, non so difendermi.

Ci sono delle giornate in cui riesco ad ascoltare le parole di chiunque e a quelle parole assegno un peso specifico.

E tutto diventa estremamente pesante, proprio come un macigno da portarmi addosso.

Ci ho messo svariati incontri con più di uno dei soggetti che proponevano approcci Freudiani per fare riemergere la mia psiche dall’abisso.

Con quello con cui ho avuto una relazione più lunga è durata cinque anni.

Poi è finita, ma adoro immaginare di avergli illuminato il cammino. So che adesso si occupa di casi importanti e gli avevo suggerito io, anni prima ,tante cose da leggere a riguardo.

Mi viene da parlare di questo argomento per introdurne un altro.

Le persone fragili. Le persone fragili si sentono e si attirano come calamite.

Le persone fragili, a volte somatizzano e, non si sa perché, stanno in bilico sulla sottile linea di demarcazione che le separa dalla follia pura.

Mi ricordo che sul lavoro, uno dei miei primi lavori importanti e gratificanti, dovevo decorare delle giacche, avevo circa vent’anni, pochi mesi prima avevo perso il mio bambino.

E a lavoro con me c’era una tipa estremamente creativa quanto estremamente folle.

Avete presente una di quelle persone che girano con lo sguardo vitreo che chissà su quale pianeta stanno? Sembra quasi che indossino un visore per la realtà virtuale impresso nella retina.

Ecco lei era così, e io ero davvero molto molto fragile in quel momento. Non sapevo gestirla, la sua presenza.

Quando tornavo a casa, mi sembrava di essermela portata dietro quella ragazza. Piangevo e mi chiedevo se non avrei potuto arrivare un giorno a diventare come lei.

Ricordo le sedute con lo psicologo di quel periodo, lui mi suggeriva, di starle lontana nel momento in cui sentivo che le sue parole mi arrivavano troppo in profondità.

Anni dopo, sempre sul lavoro, un altro lavoro, uno molto meno gratificante ma molto più redditizio, ho incontrato un’altra persona un po’ come quella di prima.

Un donnone fisicamente abbondante. Aveva degli alti, altissimi d’umore. Probabilmente corrispondevano al ciclo delle medicine che doveva prendere.

E poi verso fine ciclo aveva dei bassi catatonici.

Anche lei, come l’altra, mi si avvicinava.

Mi parlava.

Un giorno mi ricordo che le venne di raccontarmi la sua storia: 

“Una volta ero precisissima”. 

Detto da una che nel presente a volte si scorda persino di lavarsi, risulta una cosa difficile da immaginare.

“Facevo un lavoro di precisione e molto importante, una volta ero proprio brava”.

Mi ha fatto una pena mista a tenerezza mista a una voglia di portarmela a casa quella donnona ingombrante e trascurata.

Come mai ci si riduce così? Come mai le persone sono così delicate? Come mai ad un certo punto ti fa ciock il cervello e qualcosa si rompe per sempre?

Me la immagino Gloria, me la immagino vent’anni fa, poteva essere come me all’incirca, poi però ad un certo punto le è convenuto mettere il visore VR da incollare alla retina e andarsene a vagare chissà dove nel suo mondo parallelo.

Diventerò una Crema Catalana

Eccoci, lo sapevo. Voi forse non lo potevate immaginare ma Jedi sì, lei me lo aveva predetto che avrei continuato con il giochino delle somiglianze con Catalano o meglio, con il protagonista dei suoi romanzi Giacomo Canicossa.

Non voglio parlare solo di libri e non voglio parlare neanche solo di Catalano, che tra l’altro lo taggo nei post e lui se la tira e mi fa anche un po’ incazzare, ma lo perdono, perché infondo lo capisco.

Comunque, ho appena finito “D’amore si muore ma io no”.

Ed ora vorrei muovermi completamente, e con completamente intendo con tutta me stessa, verso il suddetto autore.

OMD!!! Se avessi il suo numero di telefono, non avrei mandato un messaggio…Anche se non so parlare, a lui non scriverei.

E’ scattato proprio il fatidico momento in cui chiudo il libro e vorrei parlare con chi lo ha scritto soprattutto perché certe somiglianze mi sembrano pure troppe, sono così troppe da farmi accapponare la pelle.

Avrei una voglia di dirglielo pazzesca a Catalano/Canicossa, cioè gli riscriverei proprio la canzone di Silvestri e gliela canterei cambiando le cose che abbiamo in comune noi, quante cose abbiamo in comune Io e te?

Ma siccome lui non posso chiamarlo, vi tocca sorbirvi la mia telefonata immaginaria con il caro Guido.

Partirei così:

Guido, io da quando ti ho scoperto sono diventata Catalanodipendente o, come piace a noi, CD(Catalanodipendente). E adesso cosa faccio? Devo comprare anche le “Fiabe per adulti consenzienti”  Che uscirà il 9 febbraio? Maledetta strategia di marketing! Ho una pila di libri sul comodino e avrei pure delle cosette sull’antropologia culturale, psicologia, metodologia e tecnologia didattiche, e invece tu, maledettismo Guido, mi tiri fuori un altro libro dal cilindro. Questa lotta è ad armi dispari! Mi distrai troppo! Però vorrei dirti che, per ora continui ad essere una piacevole distrazione.

Comunque, tornando a me e a Giacomo Canicossa, anch’io come lui faccio parte dei cessofobici. Siamo solo a pagina 17 quando G.C. dice:

“Questo tipo di fobia è cugina di quella -meno rara- di rimanere bloccati dentro ai cessi pubblici. Io ce l’ho e infatti non mi chiudo, soprattutto in treno”.

 Ecco, devi sapere che una volta sono rimasta intrappolata nel bagno di un cinema, ho chiuso la porta, ho fatto pipì e poi niente sono rimasta bloccata dentro per i 60 secondi più lunghi della mia vita, ho urlato come una che sta per essere bruciata sul rogo, finché un prode cavaliere nonché mascherina del cinema è arrivato a salvarmi. Da allora, non mi sono chiusa mai più in nessun cesso e aggiungerei che quando posso preferisco fare pipì all’aperto.

Le cose che abbiamo in comune

Sono facilissime da individuare…

“Mi piace pensare alla mia solitudine come ad una tigre ammaestrata, ci vogliamo bene e giochiamo come bambini, può staccarmi la testa in qualsiasi momento” 

qui, hai detto tutto io posso solo dire: c’è l’ho. Come se ci scambiassimo le figurine per completare un album.

E ancora quando racconti  della Tecnica segreta: “prima di addormentarmi scrivo un SMS ad A. (…). Poi spengo il cellulare. È una tecnica segreta che così ho la speranza appena mi sveglio domani mattina, di accendere e di ritrovare un bel messaggio della ragazza che mi piace”

L’ho sempre fatto, a volte non funziona, ma quando funziona è davvero il massimo!

“Si chiama Ulisse Effect questa tendenza alla fuga(…) Trombare il più possibile prima che arrivi l’andropausa, posto che esista l’andropausa”

Ecco qui mi sono fatta una domanda:

Per le donne si chiama lo stesso Ulisse Effect? Penelope Effect non può essere perché lei rimane a tessere la tela, no?

In seconda battuta  vorrei invitarti a riflettere pensa come può essere questa sensazione per una donna che se tu hai dei dubbi sull’andropausa io sulla menopausa non ne ho!

Tu hai una migliore amica che si chiama Francesca, io un migliore amico che si chiama Francesco. Questo particolare c’era anche nell’altro volume ma mi sono dimenticata di appuntarlo!

“Ho iniziato a parlare da solo che ero bambino, ma credo che parlare da soli sia abbastanza normale da bambini. O no?(…) Però io ho continuato a parlare da solo anche più avanti da adulto. Tutt’ora lo faccio e amo l’inverno perché mi consente di farlo anche intanto che cammino per strada. Grazie alle abbondanti sciarpe che uso, posso parlare da solo mentre cammino o vado in bicicletta senza che la gente mi prenda per matto”. 

Anche questa è una cosa che faccio spesso. Parlo da sola prevalentemente in macchina, quando sono in coda al supermercato, quando sono sotto la doccia e adesso il vantaggio di indossare la mascherina rende questa mia stranezza meno strana, tanto da poterlo fare in quasi libertà.

Associazione tra la mia presenza in pubblico, dove per pubblico si intende un assembramento di esseri umani e ingerire smodate quantità di alcool, lo fa anche G.C. e qui sotto elenco le prove tangibili.

“E sto bevendo troppo e quando bevo troppo divento troppo simpatico prima, troppo coglione dopo”  

e ancora, conversazione a pagina 354 

“Eri ubriaco”

“Ne ho bisogno per stare tra la gente”.

Per arrivare alla quasi conclusione, anche qui, mentre leggevo le seguenti parole, sono scattata dalla posizione stesa sul divano, di colpo in posizione eretta, mi sono messa a correre come un tifoso alla partita e ho zampettato come una folle per tutta la casa, mandato messaggi, pubblicato post su tutti i miei social che erano la prova inconfutabile delle nostre assonanze. 

Intanto tu continui ad ignorarmi, ma forse un giorno, quando scoprirò il tuo indirizzo di casa magari ti trascrivo tutto questo ingorgo di parole su carta e te lo spedisco, se riesco anche tramite piccione viaggiatore. 

“Io da bambino mi ricordo che a un certo punto volevo tantissimo il Dolce Forno che ce l’aveva mia cugina e mi piaceva un sacco ma poi mia mamma non ha voluto comprarmelo”

Devi sapere  che io non ho mai smesso di volere il “Dolce Forno”, oggetto dei miei desideri da quando avevo circa tre anni. Chi mi conosce lo sa molto bene e sa anche molto bene quanto questa cosa che abbiamo in comune sia stata capace di farmi esultare con delle piroette folli in giro per tutta la casa.

Viaggi della speranza nel tentativo di riconquistare ex ed aver ricevuto in cambio un bel “Vattene”, potrei farti un lungo elenco, ma mi limiterò a raccontarti di uno episodio davvero molto triste. 

Avevo conosciuto R.B. al mare. Somigliava a Roberto Benigni e ovviamente, lo avevo ribattezzato. Nelle conversazioni in cui parlavo di lui con le mie amiche lui era Benigni.

E’ stato uno di quelli che mi ha detto “ Vattene” e mi ha letteralmente calpestato e fatto immancabilmente soffrire moltissimo.

Ricordo che abitava a circa 67 km di distanza da me.

Avevo quasi 18 anni. Mi ero così innamorata che un bel giorno decisi di fare un gesto eclatante e super romantico. Volevo regalargli un libro molto significativo per me, un libro che gli avevo raccontato a voce come se fosse una fiaba sulla spiaggia al chiaro di luna.  

Di lui avevo tre dati certi: il nome, il cognome e il nome del  paese in cui viveva. Un bel giorno di fine estate con la complicità di una mia amica folle almeno quanto me, scrivemmo su un pezzo di carta tutti, e con tutti intendo proprio tutti i numeri di telefono corrispondenti al suo cognome presenti sull’elenco. 

E uno dopo l’altro, come si può benissimo immaginare, chiamammo finché non trovammo quello che rispondeva al suo numero.

Così come Sherlock Holmes e il dottor Watson avevamo appena reperito anche l’indirizzo di casa.

Il giorno seguente mi recai alla posta per spedire il suddetto libricino impacchettato con una carta davvero bellissima e con estrema cura.

Quando il libro arrivò a destinazione, il mio cuore venne letteralmente frantumato. 

“Vattene” fu solo la parafrasi di quello che nella realtà il mio Benigni mi riportò e che non trascrivo perché tutt’ora ricordarlo fa davvero un grandissimo male.

Siamo arrivati alla fine della conversazione immaginaria che concluderei facendoti ascoltare Nothing Else Matters dei Metallica.

E tu? Cosa mi diresti in questa telefonata?

Un Frullato di Momenti

Con questo post, rendo omaggio ad uno scrittore, sceneggiatore italiano vivente che io venero. Se non lo conoscete ve lo consiglio, si chiama Francesco Piccolo. Scorrevole, ironico, vero.

Ispirandomi a lui, mio messia sulla terra, mi auguro di non peccare di presunzione iniziando questa lista che aggiornerò di tanto in tanto.

Lista in cui elencherò i miei momenti di trascurabile felicità, infelicità e momenti trascurabili insomma un frullato di momenti.

Momenti/trascurabili/felici

Quando l’istruttrice di pilates ci dice che siamo state brave, e tu hai fatto una fatica per mantenere una posizione ben precisa, equilibrio compreso, capisci con quel “brave” che i tuoi sacrifici vengono ricompensati.

Leggere in treno, soprattutto sui regionali. 

Quando mio figlio dice: 

“È una questione di gusti, io tra Jimi Hendrix e Louis Armstrong preferisco  Armstrong”.  Ho il sospetto che questa fase sia quella che Darwin ha definito come evoluzione.

Vedere le mie foto attaccate alle pareti delle case dei miei amici.

Il primo aereo, il primo decollo e la voglia di vomitare.

Le caramelle gommose e zuccherose di mio nonno. Mio nonno con il pigiama a righe.

Non sono mai stata una cima nello studio della matematica. Credo di avere smesso di provare anche solo a disegnare sul quaderno parentesi graffe in quinta elementare. Sono arrivata alle superiori, facendo leva su tutte le altre materie, perché proprio io e la matematica siamo su due galassie molto distanti. In quinta superiore, il professore mi interrogava e io ci mettevo un’era geologica solo per avvicinarmi alla lavagna. E lui, che era uno di larghe vedute e anche un po’ Frikkettone, rideva come un matto. Così, visto che quella materia era il mio unico neo nella carriera scolastica, stringemmo un patto. Lui si decise a darmi il cosiddetto sei politico, e io in cambio gli regalai una maglietta dipinta con le mie manine.Uno dei momenti, della mia rassegna di momenti fu quello in cui, finito l’esame orale della maturità, mi voltai e Il mio mitico prof era venuto a sentirmi, con la maglietta indosso!

La mia prima polaroid.

Le prime fotografie che ho scattato.

La prima forca, in un bar fumoso della città, durante la quale ho conosciuto il figlio della prof che mi insegnava Francese. Anche i figli delle prof marinano la scuola!

Il mio primo tatuaggio. Il mio ultimo tatuaggio.

Quando alla radio, lessero una lettera che avevo scritto, in effetti era una bella lettera faceva anche ridere. Quelli sono stati parte dei minuti di gloria, che spettano a tutti, di cui parla Andy Warhol.

La prima volta che ho disegnato su un muro.

Quando mi dicono che ho un passo inconfondibile. 

Quando ho conosciuto il mio amico Francesco. Eravamo usciti con altri amici. Al ritorno in auto guidava lui, gli altri dormivano tutti. Io che non mi fido di nessuno, avevo l’ingrato compito di non far venire sonno al conducente, così cominciai a parlargli a raffica, come se fosse un interrogatorio anche per assicurarmi che non gli calasse la palpebra. Dopo una mezz’ora di domande, rimaste senza risposta, lui mi confessa che gli stavo parlando ma lui che ha un deficit uditivo non aveva capito una sola parola di quello che io avevo farfugliato.

La fila per il bagno alle feste. Si fanno sempre incontri interessanti, in fila per il bagno alle feste. Le persone più interessanti che ho conosciuto le ho incontrate in fila per la toilette.

Arrivare tardi. È un modo di farsi aspettare. “È sempre bello essere attesi e non arrivare.” lo diceva anche Osca vir Wilde.

“La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice”, adoro parafrasare la frase della mitica Alda Merini così:  “Mi devo far venire la paresi”. 

Quella volta che ho abbracciato Liliana Segre.

Momenti/trascurabili/infelici

Quando la prof di italiano ha letto i bigliettini, testi parecchio sconvenienti, che ci scambiavamo io e il mio fidanzatino alle medie, e soprattutto quando li ha fatti leggere alle nostre rispettive famiglie.

I puntini di sospensione… sono tre, solo tre non dieci, non quindici ma tre, italiano corretto. Mi assale un certo nervosismo quando leggo messaggi in cui appaiono un numero inqualificabile di puntini di sospensione, ne bastano tre.

Quando devo fare un bonifico e mi trovo a contare tutti gli zero dei codici iban. Irrimediabilmente sono costretta a contarli per un numero infinito di volte. Ed ho scoperto che ognuno ha la sua tecnica nel trascrivere correttamente tutti gli zero degli iban.

Foto mia- Marinella Senatore- Installazione

epistolario tra EmmeEme

Il romantico apostrofo tra uno chef e una lavapiatti

La separazione del maschio 

sottolineato e con le orecchie

lo hai scelto te.

Volevi quello.

Ti ho dato quello, il mio.

vissuto, sottolineato, pianto.

Atti osceni in luogo privato. Missiroli.

Maledetto te che se non c’è trippa per gatti, mi rispondi scrivendo:

“buonanotte gatta”.

E ti mangio con gli occhi, il prossimo Natale… il Natale dell’anno dopo.

Sei fragile, lo so, sono strafragile anche i diamanti sono fragili, frase fatta, un luogo comune.

E ti mangio con gli occhi. Scianna.

La Sicilia, a Catania c’èro e a Parigi è festa per il mio compleanno.

I tuoi occhi azzurri di ghiaccio.

Pagliaccio di ghiaccio.

Non ti ho capito e tu non mi hai capito mai.

Coprifuochiamoci

Usami come se non ci fosse un domani.

Come se fossi un semplice oggetto.

Amami come se fossi un matto perfetto.

Lo spettacolo di arte varia di uno spettacolo di arte varia.

Ha detto qualcuno.

Paolo Conte.

Non si poteva fare niente, e noi ci baciammo sotto i lampioni, un bacio rubato.

E  c’è il coprifuoco.

Eddai stiamo al gioco.

Giochiamo come se non avessimo le mani.

Solo le orecchie il naso e la bocca.

Tre puntini di sospensione

Sospendendo

Scroprendo

Sorprendo

Una rima da mettere in una vetrina

mi sento come una bambina

.penso quindi canto

Specchio

Ho avvertito l’istinto di animale in recinto.
Ho sentito una musica suonarmi dentro e la leggerezza di un aquilone nel vento.
L’effimero gioco che si fa con lo specchio.
Riuscire a guardarsi con occhi diversi eppur rimanere sempre gli stessi.

Man/tenere

Ho fermato il tempo, tutto il tempo di uno sguardo, il mio sguardo e tutti i tuoi pensieri,
congelati e immobili.
solo un volto, il vento, il sole del tramonto, il mare sullo sfondo
così solo per me, ti tengo.

Ritratto

La prigione che intrappola il presente,
tutto ciò che ho impresso in una memoria digitale.
Mi permette di ricordare il tuo passaggio,
una breve scia di luce che contrasta il tuo sorriso amaro.
Sentirsi simili e uniti in un momento, per poi tornare a vivere altro tempo.

Il mago

Mantengo la mia posizione,
Equilibrio in una manciata di secondi.
Sento la volontà quando premo il bottone.
Rinchiudo, nella piccola gabbia che tengo al posto del cuore,
la luce ed un colore.
Il suo ingresso e’ un piccolo foro,
Catturo le anime delle persone,
in un momento,
con la luce del sole.


Catalano, ti Guido io

Dopo lunghe chattate con un amico che abita in Brasile, e dopo ovviamente avergli mandato a leggere revisionare e demolire tutti i miei racconti peggiori, a lui è venuto in mente che potesse esserci del “tenero” tra me e Guido Catalano.

Successivamente, dopo alcune ricerche, ho scoperto di essermi avvicinata  a questo autore grazie alla Tesio, che a quanto pare si era ispirata a lui per il personaggio del baby sitter/bidello/poeta nel suo primo romanzo.

Ma ancora la relazione di amore platonica tra me e il caro Guido non era scattata. Si vede che non era il momento.

L’impulso che mi ha spinto ad acquistarlo è stato che avevo letto la trama da qualche parte on line, ero riuscita ad intuire che il protagonista doveva dimenticarsi dell’ultima ex. Credo di aver cercato una sorta di guida spirituale per poter fare altrettanto. Insomma tutti prima o poi abbiamo urgenza di scordarci di qualcuno no?

Ho letto soltanto “Tu che non sei romantica”, l’ho finito di leggere una settimana fà, circa.

Mi ha tenuto compagnia intere nottate, e poi è finito anche troppo presto! Così dopo aver elaborato che da ora in poi senza Catalano non posso vivere, ho ceduto all’impulso di acquistare anche “D’amore si muore ma io no” che però ancora non ho letto.

Ed è tutto suo il merito se riesco a scrivere qui. Premetto, ho provato più e più volte a scrivere un blog, ed è verissima la storia che mi mando le mail da sola quando voglio segnarmi qualcosa oppure quando voglio parlare con qualcuno con cui so che non potrò parlare mai per davvero. 

Detto questo, leggendo questo romanzo (ho passato due giorni, a leggere cose che pensavo anche io) ho trovato degli spunti interessanti, su altre letture da poter fare e come spesso accade quando leggo un libro, ho fatto un sacco di orecchie.

Jedi mi suggerisce di spiegarvi, come ho spiegato a lei la fissazione di fare le orecchie ai libri, nello specifico il gesto consiste nel piegare un angolo della pagina del libro e a seconda della posizione della frase che più mi ha colpita, può essere ovviamente in alto o in basso, a volte anche doppio. 

Vi allegherò una foto esplicativa. 

Il libro deve essere vissuto. Almeno per me, la lettura è una cosa intima, ma è anche una cosa per cui ognuno ha i suoi sacrosanti riti. Mi piace anche prestare libri, mi sembra un modo di farmi conoscere. Un altro modo per presentarmi senza avere l’obbligo di parlare.

Con Catalano è stato amore a partire dal titolo. “Tu che non sei romantica” ovvia, un libro che parla d’amore. Un libro che parla della fine di un amore,  ma non solo della fine.  

Il protagonista fa tenerezza come Paperino e a volte fa arrabbiare, tipo per esempio Caro G.C.  secondo me non è un uomo verosimile quello che si rifiuta di fare sesso in un bagno pubblico!

Lì mi hai trovato in disaccordo totale, mi piacerebbe che lo sapessi, sempre se tu passassi di qui.

C’è un pò di malinconia, nella giusta dose e tutto sommato alla fine è un libro che mi ha lasciato con il sorriso sulle labbra e sono stata molto felice di averlo conosciuto.

Ma passiamo ai parallelismi fra me e Giacomo Canicossa, che poi è il nome del protagonista.

Le cose che abbiamo in comune sono 4850, più o meno.

Ci piace per esempio Vasco, non a caso più e più volte lo cito e/o lo parafraso. Vi spoilero solo che un capitolo di questo romanzo, e sotto vi allegherò una foto, si chiama QUANDO SEI RIUSCITA A FARMI CADERE CON  LA TUA LOGICA DI CALZE NERE, e io ho addirittura chiamato una sezione del blog nello stesso modo. Sono sempre stata io quella con cui gli altri si sono divertiti, o almeno mi sono sentita spesso così, e in questa canzone succede il contrario. Mi dà una carica  questa canzone, la adoro da sempre.

Ci piacciono Guccini  e Battiato e citare Guccini Battiato, e/o altri cantautori che ci piacciono a tutti e due.

Tutti e due abbiamo limonato con una femmina evidentemente dai capelli colorati in modo eccentrico, la tua li aveva blu la mia verdi, giuro che è vero!

Rompersi il mignolo del piede. A me forse è andata peggio, si perché non si è trattato di un banale incidente domestico. Io mi sono rotta il mignolo, del piede destro. Concerto di Vinicio Capossela (Ti piace Vinicio?) 

Bhe il Mi’Vinicio (come, con amore, lo chiamo io) stava cantando “Ho il ballo di San Vito e non mi passaaaaa” tutta la sua folla fan sfegatati era sotto il palco, all’epoca in cui si poteva anche ballare  durante i concerti.

Io ero ovviamente sotto al palco, vicino alle transenne lato destro, e come una tarantolata mi stavo decisamente lanciando nel ballo sperimentale stile Baloo (orso del libro della giungla), quando ad un certo punto, nella mescolanza di fanatici danzanti mi si impone davanti un essere umano gigantesco.

E cosa fa l’essere umano gigantesco? Di sicuro ballava peggio di me, perché mi ha calpestato, danzando, ripetutamente il mignolo del piede destro fino a frantumarmelo. In realtà era più una situazione stile pogo. Per questo mi fu difficile sfuggire al primo colpo. Sì, mi sono fatta rompere il mignolo del piede da un un energumeno che era almeno dieci volte me sia in altezza che in peso. Una cosa che pensi possa accadere solo ad un concerto heavy metal e invece la vita ti sorprende di continuo!

Un altro capitolo del romanzo si chiama Obi Wan Kenobi. Giacomo Canicossa sogna Obi Wan Kenobi che però risulta sprovvisto di spada laser, continuando con il gioco dei parallelismi io parlo con un’amica immaginaria che si chiama Jedi.

Non sappiamo cucinare.

Tra l’altro a proposito di Jedi, mentre condividevo con lei la lettura di questo romanzo, la mia attenzione si è concentrata su un dettaglio “Ha lasciato a casa anche la sua collezione di padelle antiaderenti top di gamma ma non me ne faccio nulla perché non so cucinare dell’aderenza me ne importa davvero poco.”  Jedi si mette a sghignazzare e dice “No, va bè secondo me Catalano è il tuo pseudonimo, dimmi la verità. In realtà sei una poetessa maledetta che si firma col falso nome”.

Perché dovete sapere che anche questa delle padelle e della cucina, è un fatto realmente accaduto anche a me. Uguale, anche sulla questione aderenza.

Tu sei volato fino in America per rincorrere una tua ex e poi non ti sei palesato e poi hai ricevuto un sonoro due di picche io lo avrò fatto centinaia di volte. Non oltrepassando il confine Nazionale.

Una volta ho risposto acida come il tuo “ti voglio bene si dice al cane” rispondendo ad un messaggio così: “Si, possiamo anche vederci, ammesso che abbiamo qualcosa da dirci”.

Riguardo alla donna Ananas, anche io ho questo brutto vizio di dare soprannomi a tutti. Non mi sfugge nessuno. Vuoi un elenco? Magari ne parliamo a Voce!!!

Oltre a Vasco ci piacciono spesso diversi autori di libri, anche questa pagina che lo testimonia, ovviamente non ho resistito all’impulso di fotografarla, mandandomene una copia allegata tramite mail.

Anche il suo protagonista, come me, è asociale. Asociale Reo, confesso.

Abbiamo entrambi un po’ discusso con la punteggiatura! Infatti G.C. ha la sua editor a correggerlo e io ho una sorta di editor che come mi piazza le virgole lei, nessuno mai.

Odio per il Natale e le feste di Natale. Idem. Vedi capitolo “NATALE SI AVVICINA E IO NON SONO PRONTO”

Madre impassibile. Ce l’ho anche io.

Essere sprovvisti di pollice verde citando pag 67 del libro “io manco un piccolo cactus riesco a tenere in vita

Per concludere G.C. se necessiti di un caso umano di cui scrivere mi offro volontaria!

Entrambi. Quando scriviamo, ci serviamo delle iniziali che formano sempre la sigla per qualcos’altro, tipo ad esempio “Dunque non posso più andarci, perché mi salgono i ricordi, come quando l’acido ti risale nello stomaco, si chiama reflusso gastrico d’amore (RGA), solo che non sale dallo stomaco, ma dal cuore. Dunque lo chiameremo reflusso gastrico cardiaco.”  io non ho scritto romanzi, solo qualche racconto, però mi avvalgo di una sigla puntata che sta ad indicare il momento dopo l’incontro con una certa persona che si chiama Sergio e lo definisco Post Sergio P.S.

Non so se queste informazioni saranno sufficienti per farvi leggere Il signor Catalano.

E’ la prima volta che mi cimento in un’operazione del genere, però, devo ringraziarlo, perché prima o poi ci si dovrà pur “buttare”, grazie alla sua lettura, ho pensato di aprirmi questo spazio. 

Non fraintendetemi, adoro parlare di libri, adoro suggerirli, ma ecco spero di avervi fatto sentire tutto il mio entusiasmo per l’inizio di un amore con l’autore che per me era da celebrare ad ogni costo.

Messaggio personalissimo per G.C. se un giorno passassi di qui. Grazie. 

Buon2021

E’capodanno e piove, piove cosi tanto e da così tanti giorni che tra poco mi si materializzerà davanti Brandon Lee camuffato da “Il Corvo” che profeticamente mi ricorda che non può piovere per sempre.

Ho bisogno di un diversivo. Ho letto molto, guardato serie tv, cucinato ma adesso avrei bisogno di qualunque cosa per vincere la noia di queste giornate in cui, anche se siamo in compagnia, si sente la malinconia. 

Un pò di cinema, due salti in palestra, una semplice passeggiata al parco, un bel tramonto in montagna.

Perché non solo non mi piacciono le feste comandate, ma quest’anno non c’è proprio verso di scappare, nel vero senso della parola.

Siamo nel bel mezzo del lockdown. Quando tutto sarà finito sto valutando di chiedere i danni al governo, per l’aggravamento della mia stabilità mentale.

Mi sento così fragile oggi, e l’unica frase che mi passa per la testa è quella pronunciata da Piero Mansani,nel film “Ovosodo”di Virzì: “E succede che si ciondola come foglie morte e un pò ci si affeziona a questo strazio e non si vorrebbe guarire più”.

Ho seguito la dieta dei carboidrati e degli zuccheri insieme…

La conoscete? Due o tre kg di ciccia in un giorno aumentare il vostro giro vita, sarebbe stato meglio aumentare il giro di vita? 

Non ho voglia di vedere nessuno. Voglio solo un motivo per uscire da questa casa che mi sembra una prigione.

Parlando con Jedi, le confesso di sentirmi come Panagulis: tra poco mi metterò a scrivere poesie e parlare con ragni e scarafaggi. 

Vorrei trovare la forza di alzarmi da questo comodo e maledettissimo divano.

Ma non ci riesco, oggi voglio stare spenta. 

Sento solo il peso di una giornata inutile. Una di quelle che non ricorderai e che vorresti solo cancellare ma non si può perché nel calendario è cerchiata di rosso.

Buon inizio anno a tutti.

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